Quinto Ennio Taranto

Perchè si dice?

modi di dire della lingua italiana



Accettare una cosa con beneficio d'inventarioAccettare una cosa con beneficio d'inventario
Acqua alle cordeAcqua alle corde
Acqua in boccaAcqua in bocca
Ad usum DelphiniAd usum Delphini
Buttare polvere negli occhiButtare polvere negli occhi
Capire l'antifonaCapire l'antifona
Chiudersi in una torre d'avorioChiudersi in una torre d'avorio
Dare a Cesare quel che è di CesareDare a Cesare quel che è di Cesare
De gustibus non est disputandumDe gustibus non est disputandum
Do ut desDo ut des
Essere un franco tiratoreEssere un franco tiratore
Il gioco non vale la candelaIl gioco non vale la candela
Indorare la pillolaIndorare la pillola
Levare le castagne dal fuocoLevare le castagne dal fuoco
L'uovo di ColomboL'uovo di Colombo
Nascere con la camiciaNascere con la camicia
Non avere né arte né parteNon avere né arte né parte
Per un punto Martin perse la cappaPer un punto Martin perse la cappa
Pezzo da novantaPezzo da novanta
Piangere lacrime di coccodrilloPiangere lacrime di coccodrillo
Prendere soldi a babbo mortoPrendere soldi a babbo morto
Rimandare alle calende grecheRimandare alle calende greche
Troppa grazia sant'Antonio!Troppa grazia sant'Antonio!





Accettare una cosa con beneficio d'inventario

Accettare qualcosa (una notizia, un'informazione, una proposta) riservandosi di controllarne la fondatezza o la validità. L'espressione deriva dal linguaggio giuridico, e riguarda l'accettazione dei beni ereditati, da parte dell'erede, con riserva di decidere se tenerli o meno, dopo aver fatto l'inventario del patrimonio, in modo da evitare brutte sorprese, quali potrebbero essere tasse di successione troppo onerose oppure debiti che il caro estinto ha contratto gravando di ipoteche i propri beni, eccetera, per cui chi eredita potrebbe trovarsi nella situazione di dover spendere cifre superiori all'importo dei beni ereditati.


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Acqua alle corde

Nel 1586, per ordine di papa Sisto V, l'architetto Domenico Fontana doveva innalzare sull'apposito piedistallo l'obelisco che oggi si ammira al centro di piazza S.Pietro, a Roma. Era un'operazione che richiedeva la massima concentrazione e il massimo silenzio, quindi, per evitare confusione, il papa aveva fatto emanare un editto che vietava a chiunque non fosse addetto ai lavori di entrare nel recinto o semplicemente di parlare. Bastava già il parapiglia creato dai 140 cavalli e dagli 800 uomini impiegati nei lavori. I trasgressori agli ordini del papa sarebbero stati impiccati seduta stante, e, per l'occasione, all'interno del recinto il bargello e i suoi sbirri avevano eretto il patibolo. Secondo la tradizione, un certo Bresca, di San Remo, capitano di un bastimento genovese, si accorse a un certo punto che le corde che reggevano il monolito tendevano ad allungarsi, a causa dell'eccessivo peso, e quindi avvrebbero finito con il rompersi, provocando la distruzione dell'obelisco. Lo stesso Bresca, quindi, incurante dell'editto papale, si mise a gridare: "Acqua alle corde!". Da buon marinaio, sapeva che la canapa, bagnata, si restringe e si accorcia. L'architetto, per fortuna, dette immediatamente l'ordine di bagnare tutte le corde, e così l'operazione fu felicemente condotta a termine. Inutile dire che invece di essere impiccato, il Bresca ricevette, insieme agli elogi papali, anche consistenti privilegi, tra cui una lauta pensione mensile, estensibile ai discendenti, il titolo di capitano del primo reggimento di linea pontificio, con l'autorizzazione a portarne la divisa e a innalzare la bandiera pontificia sul suo bastimento.


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Acqua in bocca

Tacere accuratamente su qualcosa, conservare bene un segreto.
Si racconta che all'origine di questo detto ci sia una geniale trovata di un confessore. Una donna molto devota, ma afflitta da un ostinato vizio di maldicenza, gli si rivolse chiedendo un aiuto drastico. Le preghiere non servivano, i buoni propositi al momento non sfumavano. E il fantasioso guaritore d'anime offrì alla donna il suo rimedio empirico: le diede infatti una boccetta d'acqua di pozzo e le suggerì di metterne due gocce sulla lingua ogni volta che si fosse sentita la voglia di dir peste di qualcuno. E poi tenere solo la bocca ben chiusa, finchè la tentazione non fosse passata. Funzionò, probabilmente.


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Ad usum Delphini

Preparare qualcosa (un testo, una relazione) modificando la sua forma originale, spurgandola o addirittura falsificandola, per raggiungere un determinato scopo.
Il duca di Montausier, nominato da Luigi XIV, nel 1668, governatore del Delfinato, diede l'incarico a due religiosi dell'epoca, Bossuet e Huet, di sfrondare (sarebbe più esatto dire spurgare) tutta una serie di classici latini destinati all'educazione del Delfino (erede al trono di Francia). Sul frontespizio di ognuna di queste opere c'era scritto "In usum Delphini", con la variante, in pochi casi, "Ad usum...", che però oggi è la versione universalmente adottata. Questo testi, stampati a Parigi, vennero anche usati in parecchie scuole, soprattutto in quelle gestite da religiosi.


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Buttare polvere negli occhi

Produrre un annebbiamento della vista con illusioni e falsità, fare in modo che altri non s'accorgano di qualcosa che conviene tenergli nascosto.
C'è il detto latino: "Pulverem oculis offundere". Nella corsa a piedi, il corridore che nello stadio precedeva gli altri, con la polvere che sollevava offuscava la vista di quelli che lo seguivano, mentre lui vedeva nettamente la distanza che lo separava dalla meta.


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Capire l'antifona

Intendere il succo di un discorso pur velato da parole caute ed esitanti, afferrare un'allusione, un avvertimento nascosto, un'intenzione non apertamente dichiarata.
Nella liturgia cristiana, l'antifona è una breve frase recitata o cantata prima e dopo il salmo, e talvolta tra i versetti dello stesso, che ne riassume il senso o gli conferisce particolare significato secondo la festa o il momento liturgico per il quale si usa. C'è anche il detto: "E' più lunga l'antifona del salmo", per significare che è più lunga la premessa del discorso.


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Chiudersi in una torre d'avorio

Indica la solitudine sdegnosa e aristocratica di chi si astrae dalla realtà per chiudersi nella contemplazione del suo mondo interiore. E' un'espressione biblica che si trova nel Cantico dei Cantici: "collum tuum sicut turris eburnea; oculi tui sicut piscinae in Hesebon" (il tuo collo è una torre d'avorio, i tuoi occhi vasche di Hesebon). Fu riferita poi alla Madonna, che nelle litanie del Rosario è chiamata Turris eburnea. Per estensione, l'epiteto si attribuisce a una donna d fiera inavvicinabilità.


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Dare a Cesare quel che è di Cesare

Dare a ciascuno il suo, quel che gli spetta o s'è guadagnato. Ma anche non dare più di questo, non quello che spetta ad altri. La frase è tolta dal Vangelo, Luca 20, 20: "Essi (gli Scribi e i capi dei Sacerdoti) non lo perdettero di vista e madarono insidiatori, i quali si fingessero giusti per sorprenderlo in fallo durante i discorsi, e poterlo dare in mano delle autorità e in balia del governatore". Costoro lo interrogarono: "Maestro, sappiamo che tu parli e insegni rettamente, e non guardi in faccia nessuno, ma insegni la via di Dio con verità. E' lecito a noi pagare il tributo a Cesare, o no?" Egli, conoscendo la loro astuzia, rispose loro: "Perchè mi tentate? Mostratemi un denaro. Di chi è l'immagine e l'iscrizione?" Gli risposero: "Di Cesare". "Rendete dunque" soggiunse loro "a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio".


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De gustibus non est disputandum

Sui gusti non si discute. Comunemente si crede che questa frase provenga dai classici latini; qualcuno, in passato, l'attribuiva addirittura a Cicerone. La grossolanità della frase non ha niente a che vedere con la finezza d'espressione dei nostri classici, e nessuno mai, a quell'epoca si sarebbe sognato di aggiungere quell'est così pleonastico, limitandosi, semmai, a dire: "De gustibus non disputandum". La massima, quindi, deve senz'altro far parte di quel linguaggio aulico tanto caro ai dotti medioevali, che poi è rimasto in vigore nel linguaggio giuridico, e appartiene a quel bagaglio di modi di dire, che vanno dal latino maccheronico, tipo "Gratatio captis facit recordare cosellas" (il grattamento di testa fa ricordare le cose spicciole) e "Non est de sacco ista farina tuo" (questa non è farina del tuo sacco), a frasi ancora oggi usate nelle aule di giustizia, come "Testis unus, testis nullus" (un solo testimone non è attendibile) e "De minimis non curat praetor" (il pretore non tiene conto delle cose molto piccole).


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Do ut des

Dò perchè tu dia. Si usa per indicare accordi in cui i reciproci vantaggi press'a poco si equivalgono. O come per enunciare la legge che ogni dare umano pretende ed è soggetto a un compenso. In tempi antichissimi, quando non esisteva ancora la moneta, tutto il commercio si svolgeva secondo queste quattro formule: "do ut des" (ti dò la mercanzia, perchè tu me ne dia un'altra di genere diverso); "do ut facias" (ti dò mercanzia, perchè tu lavori per me); "facio ut facias" (lavoro per te, perchè tu lavori per me); "facio ut des" (lavoro, perchè tu mi dia mercanzia).


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Essere un franco tiratore

Mandare a monte i progetti di qualcuno, approfittando dell'anonimato, senza manifestarsi apertamente. La locuzione è stata adoperata per la prima volta nel linguaggio politico, in Italia, nel 1951, in seguito a dissensi sorti in seno alla Democrazia Cristiana. Alcuni deputati, dovendo esprimere il loro voto a scrutinio segreto, invece di dimostrarsi a favore, come esigeva la disciplina di partito, votarono contro. L'espressione, comunque, deriva dal francese franctireur che forse prende origine dal tedesco Freischutz, e sta a indicare i tiratori scelti (cecchini) che agiscono separatamente dalle truppe regolari e tendono imboscate al nemico, appostati in luoghi ben nascosti.


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Il gioco non vale la candela

C'era l'uso, un tempo, che i giocatori lasciassero una piccola parte del loro guadagno al padrone di casa per la spesa della candela. Così, con questo modo di dire, s'intende che non vale la pena andare incontro a un sacrificio, se non farà ottenere un utile proporzionato. Si dice anche: "E' più la spesa che l'impresa" per indicare un affare che promette più spesa, o fatica, che profitto.


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Indorare la pillola

Presentare una cosa che può far dispiacere o danno con dell'artificio che la renda d'aspetto migliore, o anche opporre un rifiuto ma con parole che lo mascherino e perfino lo facciano apparire a vantaggio del richiedente inascoltato. Il modo di dire deriva dal fatto che i farmacisti coprivano un tempo le loro pillole amare o nauseanti con una sottilissima foglia d'oro o d'argento, che permetteva d'inghiottirle senza sentirne il sapore.


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Levare le castagne dal fuoco

Far correre ad altri i rischi e i pericoli di un'impresa, per poi godersene i frutti. La frase deriva da una favola di La Fontaine, "La scimmia e il gatto". I due animali si trovavano accanto a un fuoco in cui stavano abbrustolendo delle castagne. A un certo punto la scimmia si mise a lodare le qualità del felino, solleticandone la vanità, e inducendolo così a tirar fuori le castagne dal fuoco, bruciacchiandosi le zampe. Su scritti di altri autori, come Maioli, Noel du Fail e Régnier, da cui propbabilmente La Fontaine ha attinto, la scimmia si serve direttamente della zampa del gatto per togliere le castagne dal fuoco.


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L'uovo di Colombo

Si dice di una cosa facile, alla quale però nessuno pensa. Cristoforo Colombo, trovandosi un giorno a pranzo con alcuni gentiluomini spagnoli, si sentì dire che dopotutto la scoperta di nuove terre al di là dell'Atlantico non era una grande impresa, e che chiunque avrebbe potuto compierla. Colombo allora prese un uovo e invitò i commensali a farlo star ritto sulla punta. Non ci riuscì nessuno, tutti dissero che era impossibile. Ma il navigatore schiacciò un pochino il guscio, e l'uovo stette in piedi, dando in questo modo la sua fiera risposta.


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Nascere con la camicia

Essere fortunati, portare a buon termine qualunque tipo di operazione intrapresa. Il feto, nell’utero materno, è avvolto da una membrana protettiva, detta amnio, che al momento della nascita resta nel ventre materno. In qualche caso, però, il neonato ha ancora la testa coperta da parte di questa membrana, e in certi casi, molto rari, l’intero corpo. Fin dai tempi più remoti, il fenomeno è stato considerato di buon auspicio. Nell’antica Roma, per esempio, le levatrici vendevano l’amnio agli avvocati, ad altissimo prezzo, sostenendo che un amuleto del genere portato sempre addosso conferisse loro un’eloquenza straordinaria e gli consentisse di vincere tutte le cause. Con il passare del tempo si è arrivati perfino a vedere nel fenomeno un intervento divino: in Francia, l’amnio veniva benedetto da un prete e, se assomigliava anche vagamente alla mitra episcopale, il neonato che lo portava addosso al momento della nascita veniva consacrato alla vita religiosa. Questa abitudine non è ancora del tutto scomparsa, in Francia, mentre gli inglesi, sempre molto pratici, quando si verifica un’eventualità del genere, mettono l’amnio in vendita, con inserzioni sui giornali o addirittura con manifesti. Pare che gli acquirenti accorrano in massa.


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Non avere né arte né parte

Non conoscere un mestiere e non avere né beni né appoggi. Nel medioevo, tutti coloro che praticavano un'arte o un mestiere erano iscritti alle corporazioni, distinte a seconda dell'attività. Queste corporazioni, vere e proprie associazioni, salvaguardavano gli interessi degli iscritti e li aiutavano a raggiungere determinati fini economici. Inoltre, le corporazioni entravano nelle divisioni politiche, "prendevano partito", anche questo sempre a vantaggio degli iscritti. In definitiva, avere arte e parte (e infatti esiste anche il detto: "chi ha arte ha parte") significava appunto essere in grado di svolgere una "professione" che dava sicuramente da vivere e forniva un appoggio in caso di bisogno, mentre coloro che non erano iscritti alle corporazioni venivano considerati poveri diavoli, gente, appunto, che non ha né arte nè parte.


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Per un punto Martin perse la cappa

Per dire che basta un niente, a volte, a provocare un disastro, il fallimento di un progetto meditato, d'una lunga fatica. Questa curiosa espressione deriva da un aneddoto che ebbe molto credito nel medioevo. Martino era l'abate dell'abbazia di Asello, e da persona molto caritatevole, volle sulla sua porta questa iscrizione: "Porta patens esto. Nulli claudaris honesto." (Porta, resta aperta. Non chiuderti a nessuna persona onesta.) Ma chi eseguì il lavoro, sbagliò l'ortografia, e scrisse invece: "Porta patens esto nulli. Claudaris honesto." (Porta, non restare aperta a nessuno. Chiuditi alla persona onesta.) Lo scandalo prodotto dalla trasposizione del punto fu enorme, e il papa dovette privare Martino dell'abbazia, facendogli così perdere la cappa di abate. L'espressione originaria sembra però che fosse un pò diversa: "Uno pro puncto caruit Martinus Asello" (Per un punto Martino perdè Asello). E di qui viene il proverbio francese: "Pour un point Martin perdit son âne!"


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Pezzo da novanta

Si dice per indicare una personalità molto influente, in tutti i settori, con particolare riferimento alla malavita. In alcune cittadine, soprattutto della Sicilia, è ancora in voga, in occasione delle feste dedicate al santo patrono, concludere i festeggiamenti con fuochi d'artificio, al termine dei quali si fanno esplodere bombe più grosse delle altre, sparate con rudimentali mortai del diametro di 90 mm. La misura del calibro è passata a indicare una persona più importante delle altre, di cui si dice anche: "E' un pezzo grosso", "Un grosso calibro".


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Piangere lacrime di coccodrillo

Lacrime di un pentimento vano e tardivo, dopo che il male è fatto e irrimediabile. Secondo un pregiudizio popolare, il coccodrillo verserebbe lacrime dopo avere ucciso e divorato i propri figli. Si dice anche che questo avvenga perchè la grossa preda, che il coccodrillo può ingoiare intera, crea poi dei problemi di digestione. Il modo di dire viene usato anche col significato di piangere lacrime false, di falso dolore. E questo perchè gli antichi credevano che il coccodrillo, nascosto tra i canneti sulle rive dei fiumi, imitasse il pianto dell'uomo, per muovere a compassione i passanti, attirarli e divorarli.


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Prendere soldi a babbo morto

Incassare un credito con molto ritardo, senza una scadenza precisa. Quando i rampolli di certi signorotti perdevano denaro al gioco, nei tempi scorsi, o dovevano fare regali alle loro amichette, erano costretti a ricorrere agli strozzini, i quali erano ben felici di prestare soldi a chi, con la morte del padre, avrebbe riscosso una ricca eredità. E, del resto, più tempo passava, più aumentavano gli interessi sulla somma prestata. Ma prima di ottentere la restituzione, dovevano aspettare che il giovane ereditasse, e quindi che morisse il genitore.


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Rimandare alle calende greche

Rimandare qualcosa a un tempo che non verrà mai, perchè nel calendario greco non c'erano calende. Si crede che la frase sia stata detta per la prima volta dall'imperatore Augusto, a proposito dei debitori insolvibili che, appunto, secondo l'imperatore, avrebbero pagato soltanto ad graecas calendas. Le calende erano per i latini il primo giorno del mese, e calendario il libro su cui si registravano gli interessi che maturavano al primo di ogni mese, quando i creditori chiedevano la restituzione del denaro dato in prestito.


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Troppa grazia sant'Antonio!

Ottenere più di quanto si desidera, con risultati spesso non del tutto positivi. Un commerciante che si era arricchito dopo una vita di stenti, realizzò finalmente il sogno della sua vita: comprare un cavallo. Ma quando si trattò di montare in groppa, non riuscì a prendere lo slancio necessario, a causa delle sue gambe troppo corte. Dopo alcuni disperati tentativi, si rivolse al suo santo preferito, invocandone la grazia. Quando, invaso da furor sacro, spiccò di nuovo il balzo, mise nell'operazione tanta forza che scavalcò addirittura la groppa dell'animale e andò a finire dall'altra parte, a gambe all'aria. Il tizio allora si rivolse al santo, lamentandosi che la grazia che gli era stata concessa era troppa.


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